Effetto Escort: Ford fa 1 Miliardo di Utile

Uscito dal neurone di iotomy lunedì, 02 novembre 2009,21:47
No.
La Ford non si è messa a vendere prostitute d'alto borgo, nonostante le Escort e i Trans-it.

La Ford, unico dei tre colossi dell'auto USA ad aver rifiutato i soldi dallo Stato ha segnato un incredibile +12% in Borsa in seguito all'annuncio di un utile di 997 Milioni di Dollari nell'ultimo trimestre.
Grande soddisfazione del Chief executive Officer Alan Mulally, come riporta Bloomberg, e di tutti i mercatisti dell'Universo.
Ford ha perso 30 Miliardi negli ultimi tre anni ma si è ristrutturata ed è rimasta a galla emettendo titoli per un solo miliardo di dollari, contro le decine e decine spesi dall'Amministrazione Pubblica per salvare GM e Chrysler.

Se esiste un giutizia divina, questa è nel mercato. E la spesa pubblica è il guadagno di pochi alle spese di quasi tutti.

Un applauso alla Ford, un applauso ai sindacati di Ford che si sono messi da soli nelle stesse condizioni imposte dall'Autorità a quelli delle altre compagnie, ed hanno aiutato l'azienda a salvarsi, a salvare il posto di lavoro, mantenendo la continuità nella produzione, avvantaggiando l'Azienda e quindi i lavoratori rispetto ai concorrenti.
categoria:economia, crisi, ford, libero mercato
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Affamare la Bestia

Uscito dal neurone di iotomy venerdì, 23 ottobre 2009,09:16
Ronald Reagan diceva:"Odio le tasse e i comunisti! Fate qualcosa."

Ora, in Italia i comunisti praticamente non esistono più e i pochi residui del Novecento possono essere assorbiti nel Partito Democratico nel momento in cui saranno gli elettori a scegliersi i candidati attraverso le Primarie stabilite per Legge.

Invece sulle tasse c'è molto, moltissimo da fare.
Affamare la bestia significa togliere allo Stato il potere di poter scegliere chi arricchire e chi rendere povero.
La burocrazia, se lasciata a se stessa, si autoalimenta, si moltiplica, tende ad allargare la propria sfera d'influenza a netto discapito della Libertà Individuale.
Tagliare le tasse significa restituire ai cittadini la Libertà di Decidere. Con tutto quello che ne consegue. Assumersi la responsabilità delle proprie scelte, non potersi lamentare delle differenti possibilità e opportunità. Stabilire davvero la Meritocrazia, non potersi accontentare delle rendite.
Questo è ciò che viene fatto dai maggiori gruppi italiani. Vivere di rendita.

Si tratta però di una questione di principi.
La libertà di godere come meglio si crede del frutto del proprio lavoro.

Il Leviatano burocratico questo non lo permette. Lo Stato deruba gli individui della propria fatica, poi si propone di aiutare le persone derubate.
A questo modus operandi è necessario opporsi. Per principio.
E' necessaria una grande rivolta fiscale, pagare poco e pagare tutti.
Invece si verifica l'esatto opposto. I più "deboli", ovvero gli operai e i dipendenti, sono coloro che, con il pagamento delle imposte, sovvenzionano le rendite.
Ciò avviene perchè i "ricchi" sono nella condizione di non pagare le tasse. Hanno un'opportunità che non è concessa ai dipendenti. Il riferimento al Sostituto d'Imposta è evidente.

Non è ovviamente tutto. E vengo all'Irap.
Pensare di tassare un'impresa, un soggetto giuridico impersonale, è una follia.
L'impresa scaricherà sui dipendenti questi oneri, attraverso stipendi più bassi di quanto potrebbero essere potenzialmente.
E' un dato di fatto. Le tasse sono comunque pagate dalle persone fisiche.

L'Irap non è l'unico balzello che impedisce una maggiore crescita degli stipendi e naturalmente delle imprese.
In Italia le fasce contributive sono enne. Un numero ignoto ai più.
E' documentato che la verticalità delle tasse sia un freno per tutta l'economia.
Lo afferma Oscar Giannino nel suo libro Contro Le Tasse. Lo dice la storia e tutti gli studi effettuati dagli economisti.

Sarebbe il caso che Berlusconi riscoprisse questi concetti, espressi all'epoca del Partito Liberale di Massa.

Eliminare l'Irap, preferibilmente tutta e subito per dare un segnale forte. "Vi metto nelle condizioni di investire, adesso arrangiatevi."

Portare a tre le fasce contributive. Una ampliata No Tax Area e due Aliquote, con la massima ben sotto il 30%. Si rispetta il principio costituzionale che determina la verticalità della tassazione, si libera credito per gli investimenti e per i consumi.

Una alternativa alla tassazione del reddito potrebbe essere la tassazione del patrimonio e del consumo. Non entrambe, o il reddito oppure consumi e patrimonio. Ma è davvero un altro discorso.

Un'illuminata Imperatrice Austro-Ungarica disse:"Preferisco avere le casse dello Stato vuote, e le tasche dei miei cittadini piene".

Giù le tasse, stop agli aiuti decisi dall'Amministrazione Centrale, affamare la bestia.

Rispettare il Programma di Governo

Uscito dal neurone di iotomy mercoledì, 21 ottobre 2009,08:37
Il sostegno per le politiche nazionali nei confronti di questo Governo non è mai mancato.
E' stata apprezzata la scelta di tenere chiusi i cordoni della borsa per non fare impennare il debito pubblico con distribuzione di denaro a tutti.
E' stata ritenuta una buona mossa quella di creare una Cassa Integrazione Straordinaria per i lavoratori cosiddetti Atipici.
Sono state ben accolte le politiche di Sicurezza nazionale, le Politiche Energetiche che riaprono le porte al Nucleare.
Il Governo si è ben comportato nelle situazioni di emergenza come i rifiuti di Napoli e il terremoto in Abruzzo. Ben comportato rispetto alle precedenti emergenze.
Qualcuno, io per primo, non ha apprezzato la soluzione per Alitalia, ma in generale il sentire comune voleva quello che è stato fatto.

Insomma il Governo è andato bene. Buone scelte.
Maroni, Brunetta, anche Tremonti finora non avevano deluso.

Adesso c'è stato un cambio di registro.
Un cambio sui fondamentiali delle Politiche Economiche e del Lavoro.
Il posto fisso non ci appartiene, banalmente non è nel programma che il Popolo del PdL ha votato.
Semmai l'esatto contrario.
Il Popolo di Berlusconi, e non di Tremonti o chicchessia, vuole anzi pretende una Liberalizzazione del Lavoro. Vuole la Riforma degli Ammortizzatori Sociali. Vuole un Mercato Libero.

Dal 1994 in poi, la Base di Forza Italia ha appoggiato Berlusconi per le sue proposte Mercatiste.
E la base è sempre la stessa. Piccoli imprenditori, Lavoratori autonomi, dipendenti stanchi delle promesse da mercante dell'economia sociale di mercato.

Non è comprensibile come un esperto qual'è Tremonti sia cascato su certi argomenti.
Il posto fisso, magari anche il minimo salariale garantito.
Tutto questo potrà piacere alla Sinistra Post-Comunista, che infatti lo considera tutt'ora un punto fondante del proprio programma.
Certamente queste scelte non piacciono all'elettorato del Popolo della Libertà.

Il PdL vuole libertà, vuole responsabilità, vuole che non si ficchino le mani nelle tasche degli Italiani.
La proposta piace alla Cgil. Per l'amor di Dio, avranno le loro ragioni, ma non può essere considerata un interlocutore più importante dell'elettorato che ha concesso il potere di governare.

Allora diciamolo chiaramente, in modo che rimanga.
L'elettore del Popolo delle Libertà difende Berlusconi nei processi, difende le politiche di immigrazione della Lega, difende la lotta agli sprechi e ai fannulloni ma...
non difenderà mai questa visione del Lavoro.

Il programma è chiaro.
Liberalizzazioni, Mobilità, Ammortizzatori Sociali, Tasse.
O così, o addio Berlusconi, addio Tremonti.

Elogio del Precariato

Uscito dal neurone di iotomy martedì, 20 ottobre 2009,12:58
C'era una volta il Cavaliere Nero, liberista, mercatista, filo-americano.
C'era una volta e oggi non c'è più.

Giulio Tremonti disse che lo Stato è criminogeno.
Nemmeno quel Tremonti esiste più.
Oggi Tremonti fa l'elogio del posto fisso, della stabilità sociale.
Insomma una bella revisione delle riforme, a metà, di Treu e Biagi.
Si stava meglio quando si stava peggio.
Insoma vogliamo mettere la tranquillità del Posto Fisso, eterno, con la necessità di darsi da fare, con l'obbligo di rimanere sempre aggiornati.
Tremonti, il posto fisso e il 12% di disoccupazione.

Io oggi qui faccio l'elogio al lavoratore precario, a colui che deve farsi il mazzo quadro.
Questo è l'elogio dell'instabilità sociale, evviva l'instabilità sociale. Evviva il merito.
Il posto fisso sta agli antipodi del merito. La stabilità sociale è l'oppio degli oppressi.
Oppressi economicamente, stabili socialmente. Operaio sei e operaio rimarrai.
Vietato passare da fattore a impresario di aziende agricole, in nome della stabilità sociale.
Hai il tuo lavoro e te lo devi tenere. Per sempre.

Evviva il lavoratore precario, evviva la mobilità, evviva l'instabilità sociale.
L'instabilità sociale significa rischiare, ma significa opportunità.
Il fattore con quattro vacche che diventa manager e il manager incapace che va a mungere le vacche.
Instabilità è opportunità, precariato è obbligo morale a migliorarsi.
Instabilità è assenza di disoccupazione. E' non sedersi sugli allori, è non vivere di rendita.

Evviva il lavoratore precario, evviva quel lavoratore che non accetta di fare il telefonista tutta la vita, evviva quel lavoratore precario che studia la notte, che rischia e vince e che a volte perde.
Ma vincere o perdere dipende solo dal lavoratore.
Stabilità è immobilismo, è rinuncia al cambiamento.
Precariato è rischio, precario è quel figlio di fattore che diventa borghese, e figlio di borghese che torna a fare il fattore.

Evviva il Precariato, evviva il rischio, evviva l'opportunità.
Evviva soprattutto chi non ci sta

Primo Maggio 2009

Uscito dal neurone di iotomy venerdì, 01 maggio 2009,10:43
Riparte la tiritera annuale del Primo Maggio, come al solito l'evento importante è il concerto gratuito con la presenza del grande Vasco.
Gratuito si fa per dire, paga il Sindacato, cioè il Contribuente.
Invece, io molto più modestamente stasera andrò a lavorare, magari ci scappa qualche mancia in più.
Sorrido all'idea di festeggiare i Lavoratori perchè oggi, festeggiano e sentono la ricorrenza solo coloro che odiano lavorare anche gli altri giorni dell'anno.
Chi ama il proprio Lavoro, e non chi lo fa con il solo scopo di campare senza prospettiva, queste feste un pochino le disprezza. Perchè si è passati dalla Chicago dell'oppressione alla difesa del Fannullone.

Ma lo spiega meglio di me Carlo Lottieri dell'IBL, quindi a Lui la parola.

La festa del Primo maggio porta alla mente battaglie combattute per la riduzione delle ore giornaliere, per il miglioramento delle condizioni di lavoro, per l'emancipazione di ceti che provenivano da secoli di fame e sofferenze. Anche se ha avuto la propria genesi nella Chicago già industriale degli anni Ottanta del diciannovesimo secolo, questa ricorrenza - nel nostro Paese - può pure evocare la Torino di Antonio Gramsci e Piero Gobetti in cui le masse operaie si pensavano (ed erano, in larga misura) un'avanguardia: nutrendo la speranza di scardinare una struttura sociale ancora troppo chiusa e gerarchica, nonostante il dinamismo impresso dagli spiriti più intraprendenti del capitalismo.
C'era una volta tutto questo, ma oggi lo scenario è altro. Il tono stanco che da decenni caratterizza questo rito sempre uguale a se stesso si spiega con il fatto che tale appuntamento, ormai, rappresenta l'autocelebrazione di organizzazioni sindacali che hanno bisogno di incensarsi da sole perché hanno perso credibilità, che si reggono sulle iscrizioni dei pensionati (i quali firmano l'adesione all'atto di compilare le pratiche previdenziali) perché i consensi tra gli operai e gli impiegati sono sempre meno, che difendono una maniera di concepire la società ormai tramontata.
Questo Primo maggio, soprattutto, è una festa senza giovani: e non a caso i sindacati utilizzano il miserevole trucchetto del concerto gratuito per portare in piazza chi diversamente non ci andrebbe.
Non si tratta solo di prendere atto di come i sindacati facciano parte di quell'insieme di istituzioni (dai partiti alla magistratura) la cui immagine è più che deteriorata. C'è soprattutto la constatazione che oggi il lavoro sta prendendo altre strade, lontane dalla militarizzazione fordista a suo modo eroica della prima industrializzazione, ma soprattutto da quell'irresponsabile espansione del settore pubblico che è stata la scommessa (perduta) del sindacalismo: in Italia e altrove.
Oggi che economie appesantite da burocrazie elefantiache e da smisurati prelievi fiscali e parafiscali arrancano sempre di più, è difficile immaginare che l'apparato di potere della Triplice rappresenti un riferimento per quanti non potranno insegnare perché chi li ha preceduti ha occupato ogni spazio, né seguiranno certo le orme del padre che lavora al Catasto o della madre che ha un part-time in prefettura. I giovani di oggi avvertono che il loro futuro è incerto perché chi li ha preceduti ha creduto alle favole della demagogia sindacale e della spesa pubblica: con il risultato di lasciare in eredità un'Italia arretrata, il cui debito pubblico supera il 100% del Pil.
Quanti oggi sono laureati in farmacia ma non possono aprire un'attività, laureati in legge e non possono fare il notaio, e neppure il tassista, difficilmente si sentono rappresentati da organizzazioni che per decenni hanno tutelato soprattutto gli status acquisiti, a scapito di chi è fuori del gioco: continuando a chiedere aiuti alle grandi imprese, ad esempio, anche se questo danneggiava il vasto tessuto delle realtà più piccole e spesso più dinamiche.
La demagogia di ieri sul posto fisso, che tanto continua a incidere sulle difficoltà dei giovani, è stata in parte sostituita dalla denuncia degli incidenti sul lavoro: e infatti è intorno a tale tema che i sindacalisti in queste ore vanno costruendo le loro omelie. Ma è un gioco che non funziona, perché tra i responsabili delle morti bianche vi sono quanti hanno in vario modo ostacolato la crescita economica e ritardato la modernizzazione, finendo per indebolire, di fatto, chi oggi è in prima linea nella dura lotta per guadagnarsi da vivere: con un contratto a progetto o la difficile avventura di una partita Iva. 
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Il Libero Mercato Redistribuisce

Uscito dal neurone di iotomy martedì, 30 dicembre 2008,10:16
Mi sono imbattuto in un Amico, Liberty Fighter, che prova a smontare la teoria della Redistribuzione Sociale. Ci sono molti, ottimi, interessanti spunti.
Ai miei pochi lettori le conclusioni.
L'unica redistribuzione la fa il libero mercato
La parola redistribuzione, nella politica nostrana è pronunciata con frequenza giornaliera, e in maniera bipartisan, da entrambi gli schieramenti politici. Ovviamente viene pronunciata sempre a sproposito, e sempre a giustificare il perverso meccanismo della democrazia sociale, la favola dell' "economia sociale di mercato" e più in generale tutte le porcate messe in atto dal governo quando si impiccia di economia. Orbene, se per redistribuzione si intende la redistribuzione del denaro del ceto basso e del ceto medio, in direzione del ceto politico e dei loro amici, allora le uscite governative hanno un senso. Nulla meglio della socialdemocrazia (eccezion fatta per il socialismo reale) garantisce una più efficace redistribuzione dei denari nella direzione dei politici.
Ma se per redistribuzione si intende veramente quello che si vuol far credere, ovvero una redistribuzione tra i ceti più abbienti ai ceti meno abbienti, lasciando da parte i politici, la crisi attuale ci mostra quanto ciò non sia vero, e quanto solo e soltanto il libero mercato sia in realtà redistributivo e sociale. Ma redistributivo e sociale molto più di tutte le politiche messe in atto da qualsivoglia governo nella storia moderna.
Pensiamo alla situazione attuale. Il mercato ha deciso di privare di un bel pò dei loro soldi gli ultraricchi padroni di GM, di Chrysler e Ford. Perché le loro scelte imprenditoriali si sono rivelate errate, perché hanno continuato ad investire in un mercato saturo e per altri svariati motivi.
A prescindere dalle cause comunque, il mercato era lì che si accingeva a redistribuire i soldi di costoro a tutta una cerchia di popolazione, a partire dai creditori dell' indotto delle stesse.
A lasciarlo fare, probabilmente nel giro di qualche anno avremmo avuto che qualche ex-boss delle stesse, si sarebbe trovato in difficoltà economica e forse avrebbe dovuto perfino lavorare come operaio a 2000 dollari al mese. Ma chi veramente si oppone alla redistribuzione, ovvero i politici socialdemocratici, ha pensato bene che questo non dovesse avvenire, ed ha deciso di aiutare le case automobilistiche in crisi operando la solita redistribuzione al contrario. Via i soldi dal ceto medio e basso per darli ai ricchi che il mercato voleva punire. Che i soldi partano dal ceto medio basso dovrebbe essere chiaro, ma per completezza lo spiego. In ogni società, il ceto medio e quello basso sono la grande maggioranza delle persone. Affinché una tassazione sia efficace, bisogna colpire quei ceti, perché una tassazione che colpisce i ricchi, non porterebbe alcun introito decente nelle casse dello Stato.

Orbene, il mercato voleva redistribuire. La democrazia sociale ha impedito questa redistribuzione e forzato un ulteriore accentramento della ricchezza. Alla faccia di Marx.

Facciamo un altro esempio. Il mercato aveva deciso di togliere un bel pò di quattrini ad altri essere spropositatamente ricchi, che avevano fatto il passo più lungo della gamba. I proprietari di banche. Il capo di Lehman Brothers era tanto ricco. Grazie al mercato ha perso tutto e i suoi soldi sono tornati in circolo. Ne hanno beneficiato varie altre classi di cittadini che probabilmente ne faranno un uso migliore.
Il mercato voleva punire altri grossi banchieri che hanno sbagliato. E voleva redistribuire la loro ricchezza a grandi fasce di popolazione. Tra questi, i titolari di Bank of America, Citibank, e di tutti i gruppi bancari i cui nomi avete sentito ogni giorno in TV.
Il mercato si è accorto che non facevano l'interesse della massa e li stava punendo. Fustigando, distruggendo. Poteva essere un momento di castigata euforia per il popolo, che da lungo tempo sospettava delle banche e da lungo tempo si era accorto che mai facevano l'interesse del cliente medio piccolo.
Poteva, perché l'opera di redistribuzione della loro ricchezza, che il mercato aveva iniziato da Lehman brothers, è stata ostracizzata dai soliti "difensori" della socialità e della redistribuzione. Non sia mai che i nostri ricchissimi amici perdano il loro status sociale. Piuttosto, redistribuiamo ancora al contrario.
E così i vari governi hanno redistribuito fantastiliardi di soldi, prelevati dai ceti medio bassi (nella maniera che preferite: tasse, inflazione, debito pubblico), verso i loro ricchissimi amici. La sola America ha stanziato un fondo di welfare da 700 miliardi di dollari tolti ai poveri, per darli ai ricchi. Tutto ciò per impedire la giusta redistribuzione che il mercato aveva intenzione di fare.

Questa è l'amara verità. L'unica cosa che può redistribuire nel senso che la plebe socialista intende, è il libero e sfrenato mercato. Tutto ciò che viene fatto CONTRO il libero e sfrenato mercato dai sostenitori della redistribuzione, viene fatto nel senso che l'elite socialista intende. Ovvero, il mantenimento dello status quo tra i ceti sociali ,che garantisce l'attuale rapporto di forze politiche,  quando non il maggiore accentramento di ricchezza (sempre alla faccia di Marx), cosa che garantisce invece una maggiore domanda di protezione da parte del volgo ignorante (nel senso che ignora).
Il mercato è redistributivo di per sé. Sono i governi ad essere accentratori e sono loro a garantire che non ci siano grosse possibilità di scalate sociali. Più i governi sono forti, più si intromettono in economia, più le classi sociali sono rigide e tendono a divenire CASTE.

Questa spiegazione dovrebbe anche porre fine alla diatriba secondo cui, i liberisti sono una corrente di pensiero che protegge i ricchi e il ceto medio, a discapito dei poveri.
Questa è una CAZZATA.
La verità è molto diversa. Il liberismo protegge proprio i poveri e il ceto medio. A discapito di quelli già ricchi che vogliono mantenere il proprio status sociale, chiaramente.

La prova più lampante è proprio nel fatto che il liberismo non sia mai stato adottato da nessun governo, almeno in forme sufficientemente sviluppate e per un tempo sufficiente.
Tutte le forme di governo che favorivano i ricchi e i politici sono state messe in atto, hanno formato influentissime correnti politiche e giornali di partito che propagandassero l'idea ai polli (ovvero le classi da cui doveva poi partire la redistribuzione inversa). Abbiamo avuto governi corporativi, comunisti, mazzettari. Tutti governi in cui chi era ricco si appoggiava all'elite politica e rimaneva ricco, benché non facesse altro che ca**ate, tirasse di coca da mane a sera, e avesse le aziende a rotoli.
Ma MAI e poi MAI, i ricchi e i politici, hanno propagandato seriamente l'idea liberale. Per i politici il motivo è chiaro, la perdita di potere sarebbe pesantissima. Ma i ricchi? Se il liberismo avvantaggiasse costoro, dovremmo avere lobbyes e loobyes che spingono per il movimento liberale, giornali liberali distribuiti a pioggia, librerie liberali grosse come la Feltrinelli....
Invece nulla. I più ricchi liberisti sono imprenditori medio piccoli. I finanziamenti non arrivano, i grandi industriali sono tutti socialdemocratici e socialisti. PERCHE' ?
Ma dico, la puzza di bruciato non la sentite?
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Principi di Social Card

Uscito dal neurone di iotomy mercoledì, 26 novembre 2008,19:46
Social CardPremesso che il Governo si sta comportando bene nel fronteggiare la crisi economica, cercando di sostenere i redditi più bassi con gli strumenti in suo possesso, vorrei porre un problema di principio, che secondo me, un Governo di Centro-Destra dovrebbe affrontare.

La Social Card non mi piace.
Non piace per il concetto di sostentamento dei redditi che sta alle spalle della Carta varata da Tremonti.
Un Governo che si definisce Liberale e Liberista, dovrebbe fronteggiare il calo dei consumi con una diminuzione delle tasse sugli stipendi fissi, sulle imposte dirette e indirette.
Perchè?
Dovrebbe, secondo me, comportarsi in questo modo per non cadere nell'assistenzialismo.
Infatti, produrrebbe gli stessi effetti della Social Card, ovvero metterebbe nelle mani della popolazione qualche soldo in più. Non moltissimi, per la verità, ma piuttosto che niente è meglio piuttosto, direbbero qua al Nord.
E' il messaggio che si lancerebbe, ad essere completamente diverso.
E i messaggi, in politica, contano.
Con la Social Card si pesca tra i principi del Socialismo, dell'assistenzialismo, del dirigismo.
Voi pagate più tasse, qualcosa vi torna, ma siamo noi a decidere come dovete spendere i soldi.

Un principio liberale sarebbe: noi vi chiediamo meno, e voi avete più soldi da spendere come preferite. Se siete oculati, spenderete bene, e riuscirete a tirare avanti. Se li sperperate in acquisti superflui, sono fatti vostri. I soldi sono vostri, siete liberi di spenderli come volete, però, poi, non reclamate con lo Stato per la eventuale cattiva gestione.

In generale, ripeto, mi sembrano dei buoni provvedimenti.
Nel frattempo, aspetto fiducioso una rivoluzione strutturale del sistema previdenziale e degli ammortizzatori sociali.